set stage Capogrossi & sunglasses del 23 maggio 2013 h 16:28: ogni allievo indossa il proprio prototipo.
foto Cecilia Polidori
LABORATORY DESIGN methods by use of creative platforms -
Interactive Systems for the Creation and Evolution of Web Platform Projects,
Prototyping, Communication Strategy, Crowdsourcing Design, Processing Platforms,
an experimental project on interoperability of research and teaching of Data-Design
conducted through innovative scenarios and forms of organization of the processes
of interactive and collective learning.
PROJECTS, EXPERIMENTS AND PROTOTYPES WITH DIFFERENT MATERIALS.
deepsdesignbycp@gmail.com
piattaforma 1
DESIGN 2013/14 n 1 prof POLIDORI - Design and Evolution of Experimental Prototypes Suggested
http://design-cecilia-polidori-2014-1.blogspot.it/

2
DESIGN 2013/14 n 2 prof POLIDORI - Design and Evolution of Experimental Prototypes Suggested
http://design-cecilia-polidori-2014-2.blogspot.it/

3
DESIGN 2013/14 n 3 prof POLIDORI - Design and Evolution of Experimental Prototypes Suggested
http://design-cecilia-polidori-2014-3.blogspot.it/

English version

Lezione 2 - 16 X 2013 - i primi anni '60: 1963 / 5° aggiornamento al 18 XI 2013


I primi anni '60

1963 
USA
"Be My Baby", 1963 (* lyrics -testo - in basso)
The Ronettes, were an American 1960s girl group from New York City
trio femminile americano newyorkese formatosi nel 1959 e sino al 1966...
▶ The Ronettes sing Be My Baby - YouTube
Be My Baby - Wikipedia
The Ronettes - Wikipedia
... The Ronettes were the only girl group that toured with The Beatles.
furono l'unica band formata da ragazze ad essere invitata ad esibirsi con i Beatles, nell'ultimo tour americano del gruppo di Liverpool nell'estate del 1966...Dopo il successo del loro primo singolo, Phil Spector, impaziente di realizzare un seguito con la band, scrive Baby, I Love You di nuovo con Barry e Greenwich, esortando le Ronettes a lasciare New York per la California proprio per registrare il nuovo singolo nei Gold Star Studios, di proprietà del produttore. A causa però di un problema nato dal fatto che le Ronettes sarebbero dovuto partire per il "Caravan of Stars" tour, invitate dall'organizzatore Dick Clark, Spector decise di tenere con sé Ronnie Spector per le session di registrazione e di sostituire Estelle e Nedra (partite per il tour) nei cori con l'altra cugina Elaine (ex membro del gruppo) e con Cher.
Andy Warhol, Eight Elvises, 1963, 
Eight Elvises is a 1963 silkscreen painting by American pop artist Andy Warhol of Elvis Presley
Marilyn Monroe muore il 5 agosto 1962
celeberrime le opere di Andy Warhol realizzate tra il '60 e il '70 tra cui il ritratto di Marilyn, Mao T'sé e, tra i tanti, anche la famosa copertina dei The Velvet Undergound & Nico.

Alfred Hitchcock, The Birds, Gli uccelli, Universal Pictures, 1963, film, Sceneggiatura: Ed McBain
Audrey Hepburn, Breakfast at Tiffany's, Colazione da Tiffany, 1961, regia di Blake Edwards, soggetto di Truman Capote.
Tubino nero Givenchy
di Audrey Hepburn
Audrey Hepburn - Tubino nero.jpg
Tipo di abitoTubino
MaterialiRaso nero italiano
Colore Nero
StilistaHubert de Givenchy
Anno di presentazione1961
Evento di presentazioneColazione da Tiffany
Riconoscimenti"Miglior costume femminile mai indossato in un film", secondo unsondaggio la catena di videonoleggi LoveFilm
Martin Luther King: "I have a dream"
discorso tenuto il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington al termine di una marcia di protesta per i diritti civili. (*** testo del discorso)

























John Fitzgerald Kennedy,  35° Presidente vine ucciso a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963

1963
UK
"Please Please me", primavera 1963, (** lyrics - testo in basso) è stato il primo brano pubblicato da
The Beatles, were an English rock band formed in Liverpool in 1960... till their break-up in 1970...

Reflections Of 1960 - 1964 ♫ ♫ [500 Songs] - YouTubeReflections Of 1960 - 1964 ♫ ♫ [500 Songs]
▶ Reflections Of 1964 - Part 1 ♫ ♫ [65 Songs] - YouTube - Reflections Of 1964 - Part 1 ♫ ♫ [65 Songs]

look Pierre Cardin
1963
RPC
la "Rivoluzione culturale" di Mao è del 1958, o dal 1958, Mao Muore nel 1976
The CA72 was made from 1959 until 1965

"... In secondo luogo, la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è un'opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un'insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra..."     .(Mao Tse-Tung, Il Problema degli "Eccessi" in: Rapporto d'inchiesta sul movimento contadino nello Hunan", marzo 1927, in Opere scelteCasa Editrice del Popolo,  Pechino, luglio 1952, vol. I, pag. 23).
                                                                         Mao e la figlia Li Na a Pechino nel 1953

oppure:
La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è un'opera letteraria, non è un disegno o un ricamo; non si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un'insurrezione,  un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra.  "Rapporto dell'inchiesta sul movimento contadino nello Hunan", (Marzo 1927), Opere scelte, vol. I. 
(Lin Piao, a cura di,  Citazioni dalle opere del Presidente Mao-Tse-Tung (Libretto rosso), Casa Editrice di Lingue Estere, Repubblica popolare cinese, Pechino, 1967, pp. 12-13).


oppure:
"... la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. la rivoluzione è un atto di violenza, è l'azione implacabile di una classe che abbatte il potere di un'altra classe. 
"A proposito di un'inchiesta sul movimento contadino dello Hunan" (marzo 1927), in"Opere scelte di Mao Tse-tung", vol I. 
(Citazioni dalle opere del Presidente Mao-Tse-Tung/ Il libro delle guardie rosse, ed. Feltrinelli, Milano, febbraio 1967, pag. 13).

Design with the Beatles SIZE E L 9 post - Pubblicato da Antonella Franzè a 6/04/2012 06:27:00 PM 
Design for breakfast - SIZE EL = 7 post - Pubblicato da Maria Chiara Grasso a 6/01/2012 06:12:00 PM 
IL DESIGN SEDUCENTE SIZE EL+EL =4 sopra+5 sotto - Pubblicato da A. Azzurra Micalizzi a 6/04/2012 06:53:00 PM 
IL DESIGN SEDUCENTE BIS SIZE EL= 8 post - Pubblicato da A. Azzurra Micalizzi a 6/04/2012 06:57:00 PM 
Totem Cover SIZE EL= 2 post - Pubblicato da Ilaria Mannino Design 6/03/2012 11:45:00 PM

ITA 
a proposito di Vespa Produzione Piaggio & Lambretta Produzione Innocenti
"È il 1945 quando Enrico Piaggio, per riconvertire nel dopoguerra la sua industria aeronautica di tipo militare, decide di mettere in produzione la Vespa.

Lo scooter disegnato con grande sapienza formale da un progettista-inventore come Corradino d'Ascanio, fu il primo a "carrozzeria strutturale”, un’idea tanto geniale da resistere fino ai giorni nostri.
L'analogia con la motocicletta è solo lontana, in questo motoveicolo più maneggevole e confortevole quella che spicca è la sua assoluta forma innovativa.Il motore è completamente racchiuso, per evitare di sporcare i vestiti del pilota e del passeggero, la posizione di guida è la più comoda possibile, le ruote sono facilmente sostituibili, c’è, infatti, la possibilità di alloggiare a bordo anche quella di scorta, si può finalmente salire con la massima facilità e l’operazione di parcheggio non comporta sforzi. Dalla concezione astratta al prototipo il passo fu breve.Già nel 1956 erano stati prodotti 1.000.000 di esemplari.In oltre cinquant’anni si sono succeduti più di cento modelli che hanno accontentato professionisti e studenti, miss e operai, esploratori e famosi attori.Quasi immediata fu la risposta della Innocenti, che per la struttura della Lambretta, disegnata dall’ingegner Cesare Pallavicino, utilizzò invece una specialità dell’azienda milanese: il tubo d’acciaio di grande sezione.I due storici scooter italiani sono destinati non solo ad entrare nella mitologia dell’immaginario anni 50, ma anche a produrre una lunghissima serie di discendenti, mantenendo viva fino ad oggi l’idea di autentica libertà di movimento individuale. ".
da:  I LIBRI - Rai Educational -  http://www.educational.rai.it/lezionididesign/links/libri.htm, puntata n 13: "MITOLOGIA DELLO SCOOTER: DALLA VESPA ALLA LAMBRETTA E OLTRE"
cfr.: http://www.youtube.com/watch?v=-mYNK1Hmdn0
1963 
EU
IT-FR
IT
Il disprezzo (Le Mépris) film italo francese, 1963 diretto da Jean-Luc Godard, tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia.
La dolce vita, di Federico Fellini, 1960, produz. Italia-Francia
  da Cecilia Polidori, "Gadget Vespa Piaggio", Atelier di Disegno Industriale 2004-05, Roma La Sapienza

Giuseppe Capogrossi, Astratto / Abstract, 1963, Arazzo ad “alto liccio” in lana / Tapestry in wool, 142 x 355 cm, Tessuto presso l’Arazzeria Scassa di Asti (replica in dimensioni ridotte dell’arazzo realizzato nel 1963per la turbonave Michelangelo) / Manufactured by Arazzeria Scassa di Asti (small scale replica of the 1963 tapestry manufactured for the ocean liner Michelangelo). Museo degli Arazzi Scassa, Asti.

[PDF]

allievo del corso B prof CECILIA POLIDORI aa 2010-2011

www.unirc.it/documentazione/materiale.../597_2011_289_11993.pdf
08/dic/2011 - Project Documentation. Cos'è? martedì 14 dicembre 2010. Drawins byEttore Sottsass. 'Elea' 1958-1963'. 'Elescripteur' 1963. Elea 1958-1960.
http://antoniogeracedesignallievo.blogspot.com/2010/12/drawins-by-ettore-sottsass_14.htm

Drawins by Ettore Sottsass martedì 14 dicembre 2010

Cecilia POLIDORI, Lezione 5, 15 Dicembre 2011: 
"Ettore Sottsass qualche annotazione sul designer"

'Elea' 1958-1963' 


        Elios 61 1963-1965


         Telescripteur 1963


Telescripteur 1963
da Google voce: "enzo mari 1963" - Cerca con Google 

CECILIA POLIDORI TWICE DESIGN 2: 11/03/12 - 18/03/12


ceciliapolidoritwicedesign2.blogspot.com/2012_03_11_archive.html
11/mar/2012 - Enzo MARI, 25 modi per piantare un chiodo, marzo 2011 .... e per le Edizioni d'Arte Danese l'orologio prodotto nel 1963...

da:  CECILIA POLIDORI TWICE DESIGN: Enzo Mari, gli Appunti di Francesca 

martedì 1 novembre 2011


Enzo Mari, gli Appunti di Francesca Varano

martedì 1 novembre 2011
Formosa. Un calendario da parete, realizzato nel 1963 per Danese. Su una piastra di alluminio si montano pannelli in PVC con i numeri e le date.
Formosa, calendario perpetuo, 1963
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(* lyrics)
The night we met I knew I neede you so And if I had the chance I'd never let you go So won't you say you love me I'll make you so proud of me We'll make em turn their heads Every place we go So won't you please
(chorus) Be me, be my baby Be my litlle baby My one and only baby Say you'll be my darling Be my, be my baby Be my baby now My one and only baby
I'll make you happy, baby Just wait and see For every kiss you give me I'll give you three
Oh, since the day I saw you I have been waiting for you You know I will adore you Till eternity so won't you please
(* traduzione)
La notte che ci siamo incontrati Ho capito di aver bisogno di te E se avessi una possibilità non me ne andrei mai
Così se vorrai dire di amarmi
Ti renderò fiero di me Gireranno tutti la testa in ognuno dei posti in cui andremo Così per favore tu
(chorus)
Sii mio, sii il mio bambino Sii il mio piccolo bambino il mio unico e solo bambino dico che sarai il mio tesoro Sii mio, sii il mio bambino Ora sii il mio bambino il mio unico e solo bambino
Ti renderò felice, baby L'attesa giusta e vedrai Per ogni bacio dato te ne darò tre
Dal giorno che ti ho visto io ti sto aspettando e sai ti adorerò fino all'eternità..
Così per favore tu
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(** lyrics)
“Last night I said these words to my girl
I know you never even try, girl
come on, come on, come on, come on
please, please me, wo yeah, like I please you
You don’t need me to show the way, love
why do I always have to say, love
come on, come on, come on, come on
please, please me, wo yeah, like I please you
I don’t want to sound complaining
but you know there’s always rain in my heart
I do all the pleasing with you
it’s so hard to reason with you
oh yeah, why do you make me blue?
Last night I said these words to my girl
I know you never even try, girl
come on, come on, come on, come on
please, please me, wo yeah, like I please you
oh yeah, like I please you
oh yeah, like I please you”.
(** traduzione)
“La notte scorsa ho detto
alla mia ragazza queste parole
lo so che non ci provi neanche, bella
andiamo, su andiamo, andiamo, andiamo
per piacere, compiacimi oh sì
come io faccio contenta te
Non hai bisogno che te lo spieghi, amore
perché ti devo sempre dire amore?
Andiamo, su andiamo, andiamo, andiamo
per piacere, compiacimi oh sì
come io faccio contenta te
Non voglio che sembri una lamentela
ma sai che piove sempre nel mio cuore
faccio di tutto per compiacerti
e con te è così difficile ragionare
oh sì perché mi rendi triste?
La notte scorsa ho detto
alla mia ragazza queste parole
lo so che non ci provi neanche, bella
andiamo, su andiamo, andiamo, andiamo
per piacere compiacimi oh sì
come io faccio contenta te
oh sì come io faccio contenta te
sì come io faccio contenta te”.


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da: 
Martin Luther King: "I have a dream"

 (*** testo del discorso)

- english -
I Have a Dream 
by Martin Luther King, Jr.
Delivered on the steps at the Lincoln Memorial in Washington D.C. on August 28, 1963

Five score years ago, a great American, in whose symbolic shadow we stand signed the Emancipation Proclamation. This momentous decree came as a great beacon light of hope to millions of Negro slaves who had been seared in the flames of withering injustice. It came as a joyous daybreak to end the long night of captivity.
But one hundred years later, we must face the tragic fact that the Negro is still not free. One hundred years later, the life of the Negro is still sadly crippled by the manacles of segregation and the chains of discrimination. One hundred years later, the Negro lives on a lonely island of poverty in the midst of a vast ocean of material prosperity. One hundred years later, the Negro is still languishing in the corners of American society and finds himself an exile in his own land. So we have come here today to dramatize an appalling condition.
In a sense we have come to our nation's capital to cash a check. When the architects of our republic wrote the magnificent words of the Constitution and the declaration of Independence, they were signing a promissory note to which every American was to fall heir. This note was a promise that all men would be guaranteed the inalienable rights of life, liberty, and the pursuit of happiness.
It is obvious today that America has defaulted on this promissory note insofar as her citizens of color are concerned. Instead of honoring this sacred obligation, America has given the Negro people a bad check which has come back marked "insufficient funds." But we refuse to believe that the bank of justice is bankrupt. We refuse to believe that there are insufficient funds in the great vaults of opportunity of this nation. So we have come to cash this check -- a check that will give us upon demand the riches of freedom and the security of justice. We have also come to this hallowed spot to remind America of the fierce urgency of now. This is no time to engage in the luxury of cooling off or to take the tranquilizing drug of gradualism. Now is the time to rise from the dark and desolate valley of segregation to the sunlit path of racial justice. Now is the time to open the doors of opportunity to all of God's children. Now is the time to lift our nation from the quicksands of racial injustice to the solid rock of brotherhood.
It would be fatal for the nation to overlook the urgency of the moment and to underestimate the determination of the Negro. This sweltering summer of the Negro's legitimate discontent will not pass until there is an invigorating autumn of freedom and equality. Nineteen sixty-three is not an end, but a beginning. Those who hope that the Negro needed to blow off steam and will now be content will have a rude awakening if the nation returns to business as usual. There will be neither rest nor tranquility in America until the Negro is granted his citizenship rights. The whirlwinds of revolt will continue to shake the foundations of our nation until the bright day of justice emerges.
But there is something that I must say to my people who stand on the warm threshold which leads into the palace of justice. In the process of gaining our rightful place we must not be guilty of wrongful deeds. Let us not seek to satisfy our thirst for freedom by drinking from the cup of bitterness and hatred.
We must forever conduct our struggle on the high plane of dignity and discipline. We must not allow our creative protest to degenerate into physical violence. Again and again we must rise to the majestic heights of meeting physical force with soul force. The marvelous new militancy which has engulfed the Negro community must not lead us to distrust of all white people, for many of our white brothers, as evidenced by their presence here today, have come to realize that their destiny is tied up with our destiny and their freedom is inextricably bound to our freedom. We cannot walk alone.
And as we walk, we must make the pledge that we shall march ahead. We cannot turn back. There are those who are asking the devotees of civil rights, "When will you be satisfied?" We can never be satisfied as long as our bodies, heavy with the fatigue of travel, cannot gain lodging in the motels of the highways and the hotels of the cities. We cannot be satisfied as long as the Negro's basic mobility is from a smaller ghetto to a larger one. We can never be satisfied as long as a Negro in Mississippi cannot vote and a Negro in New York believes he has nothing for which to vote. No, no, we are not satisfied, and we will not be satisfied until justice rolls down like waters and righteousness like a mighty stream.
I am not unmindful that some of you have come here out of great trials and tribulations. Some of you have come fresh from narrow cells. Some of you have come from areas where your quest for freedom left you battered by the storms of persecution and staggered by the winds of police brutality. You have been the veterans of creative suffering. Continue to work with the faith that unearned suffering is redemptive.
Go back to Mississippi, go back to Alabama, go back to Georgia, go back to Louisiana, go back to the slums and ghettos of our northern cities, knowing that somehow this situation can and will be changed. Let us not wallow in the valley of despair.
I say to you today, my friends, that in spite of the difficulties and frustrations of the moment, I still have a dream. It is a dream deeply rooted in the American dream.
(Click here to hear this part of the speech by Dr. King)
I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident: that all men are created equal."
I have a dream that one day on the red hills of Georgia the sons of former slaves and the sons of former slaveowners will be able to sit down together at a table of brotherhood.
I have a dream that one day even the state of Mississippi, a desert state, sweltering with the heat of injustice and oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.
I have a dream that my four children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.
I have a dream today.
I have a dream that one day the state of Alabama, whose governor's lips are presently dripping with the words of interposition and nullification, will be transformed into a situation where little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls and walk together as sisters and brothers.
I have a dream today.
I have a dream that one day every valley shall be exalted, every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight, and the glory of the Lord shall be revealed, and all flesh shall see it together.
This is our hope. This is the faith with which I return to the South. With this faith we will be able to hew out of the mountain of despair a stone of hope. With this faith we will be able to transform the jangling discords of our nation into a beautiful symphony of brotherhood. With this faith we will be able to work together, to pray together, to struggle together, to go to jail together, to stand up for freedom together, knowing that we will be free one day.
This will be the day when all of God's children will be able to sing with a new meaning, "My country, 'tis of thee, sweet land of liberty, of thee I sing. Land where my fathers died, land of the pilgrim's pride, from every mountainside, let freedom ring."
And if America is to be a great nation this must become true. So let freedom ring from the prodigious hilltops of New Hampshire. Let freedom ring from the mighty mountains of New York. Let freedom ring from the heightening Alleghenies of Pennsylvania!
Let freedom ring from the snowcapped Rockies of Colorado!
Let freedom ring from the curvaceous peaks of California!
But not only that; let freedom ring from Stone Mountain of Georgia!
Let freedom ring from Lookout Mountain of Tennessee!
Let freedom ring from every hill and every molehill of Mississippi. From every mountainside, let freedom ring.
When we let freedom ring, when we let it ring from every village and every hamlet, from every state and every city, we will be able to speed up that day when all of God's children, black men and white men, Jews and Gentiles, Protestants and Catholics, will be able to join hands and sing in the words of the old Negro spiritual, "Free at last! free at last! thank God Almighty, we are free at last!"
 (*** traduzione
Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell’emancipazione.
Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia.
Il proclama giunse come un’aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro cattività.
Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi.
Sono passati cento anni, e la vita dei neri é ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione.
Sono passati cento anni, e i neri vivono in un’isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale.
Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra.
Quindi oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa.
In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno.
Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità.
Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”.
Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l’America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio.
Invece di adempiere a questo sacro dovere, l’America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che é tornato indietro, con la scritta “copertura insufficiente”.
Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento.
Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti.
E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l’assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.
Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all’America l’infuocata urgenza dell’oggi.
Quest’ora non é fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo.
Adesso ’ il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia.
Adesso é il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale.
Adesso é il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità.
Adesso é il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.
Se la nazione non cogliesse l’urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste.
L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei negri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell’uguaglianza.
Il 1963 non é una fine, é un principio.
Se la nazione tornerà all’ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un pò e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una brutta sorpresa.
In America non ci sarà né riposo né pace finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza.
I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.
* Ma c’é qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti.
Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio.
Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina.
Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica.
Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s’incontra con la forza dell’anima.
Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi é impregnata l’intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino é legato al nostro.
Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra.
Non possiamo camminare da soli.
E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti.
Non possiamo voltarci indietro.
C’é chi domanda ai seguaci dei diritti civili: “Quando sarete soddisfatti?”.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell’identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “Riservato ai bianchi”.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare.
No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena.
Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni.
Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione.
Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca.
Siete i reduci della sofferenza creativa.
Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.
Tornate nel Mississippi, tornate nell’Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà.
* Non indugiamo nella valle della disperazione.
Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno.
E un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.
Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.
Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell’ingiustizia, il caldo afoso dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e di giustizia.
Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità.
Oggi ho un sogno.
Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell’Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d’altro che di potere di compromesso interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno, proprio là nell’Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.
Oggi ho un sogno.
Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.
Questa é la nostra speranza.
Questa é la fede che porterò con me tornan­do nel Sud.
Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza.
Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità.
Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.
Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo: “Patria mia, é di te, dolce terra di libertà, é di te che io canto.
Terra dove sono morti i miei padri, terra dell’orgoglio dei Pellegrini, da ogni vetta riecheggi libertà”.
E se l’America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.
E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.
Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.
Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.
Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.
Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.
Ma non soltanto.
Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.
Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.
E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell’antico inno: “Liberi finalmente, liberi finalmente.
Grazie a Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.
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44 commenti:

  1. La Vespa nasce della determinazione di Enrico Piaggio, figlio di Rinaldo Piaggio fondatore della omonima casa "Piaggio", di creare un prodotto a basso costo e di largo consumo. venne realizzato un "motorscooter" sul modello delle piccole motociclette per paracadutisti, il prototipo venne siglato MP 5 e venne battezzato "Paperino" per la sua strana forma. Il prototipo non soddisfaceva Enrico, il quale incaricò l'ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio di rivedere il progetto. Egli non amava però il prototipo, Secondo lui era scomodo, ingombrante, con gomme troppo difficili da cambiare ed oltretutto sporcava. L’ingegnere trovò tutte le soluzioni del caso attingendo proprio alla sua esperienza aeronautica. Fra le soluzione applicate vi su il collocamento del cambio sul manubrio ed ideò una carrozzeria capace di proteggere il guidatore, impedendogli di sporcarsi. Inoltre la posizione di guida della Vespa era pensata per stare comodamente e sicuramente seduti, anziché pericolosamente in bilico su una motocicletta a ruote alte. Con l’aiuto di Mario D’Este, suo disegnatore di fiducia, venne cosi prodotta a Pontedera nell’aprile del 1946. Il nome del veicolo fu coniato dallo stesso Enrico Piaggio che davanti alla parte centrale molto ampia del prototipo MP6 per accogliere il guidatore e dalla “vita” stretta, esclamò: «Sembra una vespa!».

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    1. - (meno) 1 post: assenza totale di riferimenti bibliografici.
      stop non può pubblicare altro in questa occasione.

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    2. Abbiamo bisogno di calma e non di frustrazioni. Alessia continua a pagare la sua fretta, ma le penalizzazioni non devono, né possono condizionare la sua volglia ed intenzione di esprimersi, quindi: la inviterò come Autrice, e valgono le regole per Marina....(vedi banner Lezione 3) x creare e pubblicare un post senza fretta, ma che potrà darle un punteggio migliore.

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  2. Il primo modello fu la vespa MP6, subito apprezzata perchè consentivano una velocità massima di 60 km/h e il superamento di pendenze del 20% avendo una cilindrata di 98 cm³, motore a due tempi, tre marce, accensione a volano magnete, potenza massima di 3,2 cavalli a 4500 giri al minutoLa Vespa è stata protagonista o comunque presente in molti famosi film, a partire dal 1950 nel film “Domenica d’agosto” di Luciano Emmer, ma soltanto nel 1953 con il film “Vacanze Romane” che la vespa diventa simbolo con l’indimenticabile scena sequenza in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck si inoltrano nel traffico della Capitale, lui guida una vespa modello 125.

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    1. - (meno) 2 e 1/2 post:
      -1: assenza totale di riferimenti bibliografici.
      -1 e 1/2 post: "Vespa" è un nome, almeno un maiuscolo se proprio non virgolettato, errore ripetuto; non è spiegata la reale rivoluzione ergonomica del soggetto; se si forniscono informazioni così dettagliate della cilindrata etc, va soprattutto indicato il periodo di produzione o almeno il primo. Inoltre se di un film si cita il regista, perché non citare quello del più importante. errori d'ortografia.
      stop non può pubblicare altro in questa occasione.

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    2. mi correggo: errori di battitura, non d'ortografia.

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  3. La Lambretta era uno scooter italiano prodotto dalla industria meccanica Innocenti di Milano, nel quartiere Lambrate, dal 1947 al 1972. Il nome "Lambretta" deriva dal fiume Lambro, che scorre nella zona in cui sorgevano proprio gli stabilimenti di produzione. Innocenti diede vita nella Capitale allo studio del prodotto che avrebbe costituito la riconversione post-bellica della fabbrica: infatti, prendendo ispirazione proprio dai motorscooter militari americani giunti in Italia durante la guerra decise di dedicarsi alla produzione del rivoluzionario scooter. Affida il design del nuovo veicolo ad una straordinaria accoppiata di ingegneri aeronautici: Pier Luigi Torre, che si occupa della meccanica, e Cesare Pallavicino che si occupò del telaio e del design. Nel 1947 lo scooter, battezzato Lambretta da Daniele Oppi, è pronto e viene lanciato sul mercato.

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    1. 1 -1 = 0 post.
      Buona e valida sintesi ma fuori e tema e senza citazione bibliografica. L'opzione commento 1 richiedeva il tema Vespa & Lambretta, non solo Lambretta.

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  4. "Di Ettore Sottsass, terzo grande maestro, non posso parlare senza citare alcuni episodi della sua vita, perchè la sua ricerca costante di essere umanamente coerente è stata una lezione fondamentale. E' un architetto figlio di architetto, nato a Innsbruck; dipinge, incomincia presto a occuparsi di arredo e alla fine degli anni Cinquanta lavora per Olivetti, per cui disegna il primo calcolatore italiano, ELEA 9003, premiato col Compasso d'Oro."
    Mari Enzo, 25 modi per piantare un chiodo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2011, pag.76.

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    1. - (meno) 1/2 post: fuori tema, ossia il soggetto del suo commento non appartiene a nessuno dei 5 temi.
      stop non può pubblicare altro in questa occasione.

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  5. Vespa o Lambretta? Questo era l'interrogativo dei giovani che alla fine degli anni Quaranta trovarono sul mercato questi due ambitissimi scooter: la Vespa, più 'sbarazzina' e giovanile; la Lambretta, tecnologicamente più avanzata. Ambedue questi scooter erano nati per volontà di due industriali che nel dopoguerra videro le proprie aziende ferite dal recente conflitto bellico e con l'impellente necessità di cambiare il proprio target industriale. La Innocenti inizialmente era solo una ditta di ferramenta: nel 1920, con l'esplosione dell'edilizia, cominciò a fabbricare tubi in ferro (i celebri tubi Innocenti) e durante la seconda guerra fu convertita alla costruzione di armamenti e in particolare di proiettili. Finita la guerra Innocenti pensò di riconvertire l'azienda nella costruzione di macchinari siderurgici e nella costruzione di un veicolo di grande diffusione popolare e a costi bassi. L'ispirazione venne nel vedere a Roma i mezzi paracadutabili dei parà inglesi: Innocenti si convinse che un mezzo simile poteva incontrare i favori del pubblico in "un'Italia bisognosa di rapidi spostamenti". L'ingegnere Torre fu il padre della Lambretta e nel 1948 la produzione era di 50 unità giornaliere.
    La Piaggio affidò alla inventiva e alla bravura dell'ingegner Corradino d'Ascanio la progettazione della Vespa: di estrazione e di cultura aeronautica d'Ascanio doveva traghettare la produzione della Piaggio - nota industria aeronautica - verso quell'idea di mobilità che in quegli anni convinse molti imprenditori a mutare la propria produzione industriale, ben capendo la voglia degli italiani di muoversi dopo i dolori e le ristrettezze del periodo bellico. D'Ascanio nella progettazione della Vespa volle portare alcuni concetti tipicamente 'automobilistici' nella costruzione di questo scooter impegnandosi nella ricerca del maggior comfort, della maggior protezione e della grande capacità di carico. Per il motore, si disse allora, d'Ascanio sfruttò un piccolo 98 cc. a due tempi che sembra fosse servito quale ausilio per i motori di avviamento dei propulsori aeronautici della precedente produzione Piaggio.
    La Lambretta costava qualcosa in più della Vespa ma tecnicamente era più sofisticata, aveva infatti il motore in posizione centrale con l'asse longitudinale che conferiva grande stabilità, al contrario della Vespa che montando il motore sulla destra aveva la tendenza, durante la frenata decisa, a intraversarsi. Il telaio della Lambretta era realizzato con un tubo su cui venivano saldate le lamiere, a differenza di quello della Vespa che era tutto in lamiera. Per tutti questi motivi la Lambretta era più apprezzata dai veri appassionati delle due ruote, mentre la Vespa godeva dei favori del grande pubblico in quanto era più curata esteticamente.
    Per anni, sia la Lambretta che la Vespa, sono rimaste le indiscusse protagoniste dei mezzi di trasporto: il tramonto di questo successo cominciò nel 1967 con l'avvento e la diffusione della Fiat 500. La produzione della Lambretta cessò nel 1971; la Vespa, al contrario, anche grazie all'aiuto dato dalla Fiat alla Piaggio, riuscì a superare il brutto periodo e fu riproposta con diversi aggiornamenti negli anni successivi.
    Oggi Vespa e Lambretta - intese come tali nelle 'competizioni' di allora - incantano ancora i meno giovani che, come allora, animano le due fazioni facendo nascere infinite discussioni tecniche, di orientamento, di moda, di tendenza.
    Mi rendo conto dell'estensione dell'articolo e dell'inevitabile ripetizione di alcune informazioni postate da da parte di alcune mie colleghe (Chillemi,Derenzo,Baffo), nonostante tutto ho comunque ritenuto opportuno postarlo, in quanto l'articolo offre una completa panoramica della storia della Lambretta e della Piaggio, delle differenze tecniche e stilistiche tra i due, ed infine delle motivazioni preferenziali sul perché si sceglieva l'una o l'altra.

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    1. .... ma questa è una piattaforma con alcune regole e condizioni, vedo che Lei stenta ad interloquire, ossia a dialogare rispettando ambiti, modalità e spazi.
      Ogni progetto ha i suoi e chi scrive dopo deve tener conto dei rischi delle ripetizioni, ed evitarli, o almeno tentare di rispettarli.
      Inoltre se lei non fa una sintesi e nemmeno riporta la fonte meriterebbe solo penalizzazioni. Mi astengo ma spero che lei capisca e migliori.

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  6. La Vespa fu frutto del design di Corradino d'Ascanio mentre la Lambretta dal lavoro di Pier Luigi Torre (parte meccanica) e Cesare Pallavicino (telaio e design).Vespa e Lambretta hanno alcuni tratti in comune quali la motorizzazione 2 tempi, le marce con cambio manuale, le cilindrate che variavano da 40 cc a 200 cc e il telaio tubolare; quest'ultimo nella Vespa variava poichè era composto da una un tubolare centrale "a culla" con una pannellatura anteriore in lamiera per riparare la parte inferiore del "vespista" dall'aria durante la marcia, contrariamente nei primi modelli di Lambretta il telaio era nudo e non presentava pannellature che proteggessero il pilota; un'altra differenza sostanziale è la collocazione del motore, nella Lambretta era centrale mentre nella Vespa era laterale e nelle frenate brusche comportava uno spostamento involontario del mezzo sul lato destro. Nonostante alcune pecche la Vespa riscosse fin dalla sua nascita (aprile 1946) un grande successo poichè poteva puntare su prezzo e consumi estremamente ridotti al contrario della Lambretta che aveva soluzioni tecniche innovative e finiture che facevano lievitare leggermente il prezzo. Entrambi gli scooter conquistarono generazioni di giovani, la Lambretta fino al 1971 (quando il governo indiano comprò la catea di montaggio Innocenti e la stessa fabbrica fu assorbita dalla BMC inglese) mentre la Vespa continua ancor oggi ad affascinare i giovani e meno giovani, gli scooter furono esportati in tutto il mondo e diventarono il simbolo del design italiano, pratici, essenziali e con la possibilità di essere perzonalizzati in qualsiasi modo rendendoli sempre "un pezzo unico" anche se la Piaggio puntò molto sulla propaganda, ricordiamo lo storico slogan "Chi vespa mangia le mele". Quest'anno la Vespa è stata inclusa nelle 12 meraviglie che hanno fatto la storia del design del '900.

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    1. 1 - 1 = 0 post.
      buona presentazione ma non è spiegata la reale rivoluzione ergonomica del soggetto e manca di fonte bibliografica.

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  7. “Di sicuro il settore industriale italiano più colpito dalle limitazioni imposte dai trattati di pace che seguirono la fine della guerra fu quello dell’aeronautica, privata dalle commesse militari e impossibilitata a dedicarsi al nuovo mercato dell’aviazione civile. Alle industrie Piaggio, dei 12.000 dipendenti erano rimaste poche centinaia. Fu Enrico Piaggio a incaricare lì ingegner Corradino D’Ascanio di Sviluppare un’ipotesi alternativa che consentisse all’azienda di ripartire. Non più macchine volanti (sebbene D’Ascanio sognasse di progettare elicotteri), ma qualche cosa che aiutasse l’Italia a muoversi, un veicolo piccolo, economico, adatto alle condizioni di un paese da ricostruire.
    D’Ascanio si pone obiettivi precisi: un veicolo che costasse poco, che consumasse meno, meccanica elementare, che non avesse ambizioni sportive ma fosse accessibili a tutti. Non una moto, ma un mezzo a due ruote, facile da cavalcare, senza un motore sporco tra le gambe, in grado di portare due passeggeri, leggero e maneggevole. D’Ascanio, che non era un motociclista, non affronta il tema in modo ortodosso, ma si ispira alle concezioni aeronautiche a lui ben note. La ricerca della massima leggerezza gli suggerisce di adottare un supporto monotubo per la ruota anteriore e di superare la tecnica automobilistica con una struttura in lamiera che è allo stesso tempo carrozzeria e telaio. Ruote di piccolo diametro, uno scudo che proteggesse dagli schizzi ; furono in molti a ridere quando il prototipo venne presentato nel 1946. Pochi scommettono sul successo del veicolo, la cui forma suggerisce allo stesso Piaggio il nome Vespa. I più ottimisti immaginano che sarà un progetto di breve durata e che, superate le ristrettezze del momento, sarà presto abbandonato. Invece la Vespa, come gli altri scooter prodotti in Italia nel dopoguerra, ha saputo non solo interpretare l’emergenza ma proporsi come veicolo divertente e pratico, antesignano di una modernità fatta di nuovi stili di vita.”

    Enrico Morteo, Grande Atlante del Design dal 1850 a oggi, Mondadori Electa, Milano, 2008, pag. 196

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    1. non è spiegata la reale rivoluzione ergonomica del soggetto anche se alcune scelte in proposito vengono descritte. Il riferimento bibliografico è fedelmente riportato... ma lei ne poteva fare una sintesi, e o aggiungere un suo pensiero, soprattutto riguardo al rivoluzionario cambiamento culturale che ne derivò.
      zero post

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  8. La Vespa n°0, nacque nel 1945, come prototipo, che non venne mai effettivamente prodotto. Il suo nome era Paperino, progettato dall' ingegnere Renzo Spolti, ma aprì la strada alla prima Vespa 98 dello stesso anno, ma qesta non fu destinata a restare un prototipo, era senza ventola di raffreddamento e venne denominata MP6. L' anno successivo entrò finalmente in produzione, con il classico raffreddamento ad aria forzata.
    Nel novembre 1951 comincia l’avventura della Vespa negli Stati Uniti. Il 14 novembre l’agenzia di stampa ANSA annuncia l’ accordo tra la Piaggio e la Sears, Roebuck & Co. Il protocollo firmato a Genova prevede che il colosso americano della grande distribuzione commercializzi negli USA lo scooter che ha rimesso in moto l’Europa del dopoguerra. Il primo lotto di mille Vespa parte nel dicembre 1951. Il modello che va alla conquista degli States è la 125cc ribattezzata “Vespa Allstate Crusaire” e modificata in alcuni particolari per le richieste del mercato americano: il faro per la prima volta “sale” dal parafango al manubrio. Costa 325,95 dollari.
    E... poi, i Russi ci copiarono la Vespa!
    Fu denominata Viatka e venne prodotta nel 1957, dimostrò che il successo mondiale del nostro prodotto Italiano, ebbe echi anche nella ex Unione Sovietica.
    I cinesi fanno di tutto ormai..
    ma che avessero anche loro "clonato la Vespa", non me lo sarei mai aspettato... al posto di Piaggio,è scritto Paijifa, il resto è quasi identico
    La Vespa, ebbe negli anni 50, anche una versione militare con colore mimetico e foro nello scudo, per il trasporto di un piccolo cannone!
    da: Gianluca Mari, www.vespaforever.net

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    1. Interessanti annotazioni, quindi buoni spunti per riflessioni.
      non è cmq spiegata la reale rivoluzione ergonomica del soggetto.
      In merito alla fonte internet del riferimento bibliografico, manca il titolo del brano/articolo.
      La citazione va virgolettata, per capre chi scrive e chi non... e se è non, se cioè è tutto riportato, allora manca una sintesi, e o un suo pensiero, soprattutto riguardo al rivoluzionario cambiamento culturale che ne derivò.
      zero post

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    2. La citazione va virgolettata, per CAPIRE chi scrive e chi non.

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  9. Mao Tse-tung dava vita a Pechino il 1° Ottobre 1949, al primo governo della Repubblica popolare cinese, da lui stesso presieduto. Il primo tentativo di modernizzare la Cina prese il nome di "Grande Balzo in Avanti", un piano quinquennale di riforme partito nel 1958, però quello che doveva rappresentare la rivoluzione industriale cinese, si tramutò in un fallimento totale che mise a repentaglio la stessa leadership di Mao. Per arginare la difficile situazione politica nel 1965 Mao aprì la via a un nuovo programma di riforme, la "rivoluzione culturale" così definita in quanto finalizzata a trasformare la mentalità dei cinesi. Strumento della nuova politica furono le guardie rosse, reclutate fra gli studenti, che, affiancate dall'Armata popolare di liberazione, diffondevano in tutte le parti della Cina il "Libretto rosso". La rivoluzione si poneva come obiettivi: il superamento del divario esistente fra agricoltura e industria e fra campagna e città, eliminazione di ogni forma di privilegio e di differenziazione sociale, annullamento di qualsiasi distinzione fra operaio e dirigente, fra lavoro intellettuale e manuale, fra persona colta e non colta. Essa però fu condotta con metodi decisamente antidemocratici e diffusa ovunque con spirito più militaresco che propagandistico e venne imposta dall'alto. Inoltre il fanatismo dei rivoluzionari provocò, tensioni e violenze che fecero migliaia di morti e rischiarono di far precipitare il paese in una vera e propria guerra civile. Ciò indusse Mao nel 1967, a porre fine alla serie di perquisizioni, arresti e brutalità di ogni genere e a dichiarare concluso il "nuovo corso", ma gli scontri durarono fino al 1969.

    Brancati A., Pagliarani T.,"Il nuovo dialogo con la storia. Il novecento", La Nuova Italia, Milano, 2011, pag. 426-428

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    1. zero post. Il brano è correttamente riportato, ma di parte. Sarebbe stato necessario inserire una seconda fonte a favore.
      Inoltre il soggetto richiesto non è affatto spiegato, Lei scrive: "la "rivoluzione culturale" così definita in quanto finalizzata a trasformare la mentalità dei cinesi...", ed era sulla via giusta, ma il brano non lo spiega, il solito "come, cosa, quando, dove, se e perché" che chiedo a Lezione, e leggendolo infatti non ci si arriva.

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    2. La rivoluzione culturale fu il tentativo di azzerare del tutto la cultura, la tradizione, di partire da zero nella costruzione dell'uomo nuovo: il ruolo assolutamente eccessivo dato ai giovanissimi era motivato sostanzialmente dal fatto che essi non erano contagiati dalla cultura tradizionale come gli uomini maturi che in quella cultura comunque erano nati. Nel 1966 un ventenne aveva conosciuto solo il comunismo ma un cinquantenne si era formato in una società non comunista ma borghese o feudale, in una società tradizionale. Quindi Mao si rivolse direttamente alle masse cinesi, anzi propriamente ai giovani e giovanissimi invitandoli a portare avanti una "rivoluzione culturale" cioè un mutamento radicale della mentalità per fondare veramente il comunismo e respingere una forma politica che si avviasse sulla via del revisionismo e del capitalismo. Strumento essenziale il Libretto Rosso. Tutto quello che è tradizionale nella tradizionalissima Cina dalla storia millenaria deve essere dimenticato, radicalmente estirpato, nullificato come se non fosse mai esistito: bisogna ricominciare daccapo, cioè dal pensiero di Mao, fondamento di un mondo nuovo e radioso in cui si affermi la società giusta, felice e umanizzante del comunismo.

      Brancati A., Pagliarani T.,"Il nuovo dialogo con la storia. Il novecento", La Nuova Italia, Milano, 2011, pag. 426-428
      Giovanni De Sio Cesari, "Mao- Fra comunismo e nazionalismo- Il Libretto Rosso", http://cronologia.leonardo.it/storia/mondiale/cina020.htm, 2007

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  10. Nel primo periodo degli anni quaranta piaggio affida a Corradino D'Ascanio il progetto di un nuovo tipo di motoscooter; egli progetta una carrozzeria autoportante in lamiera stampata che per la sua particolare lavorazione offre anche una maggiore resistenza del vecchio sistema a tubi e una economicità di produzione. Inoltre può essere guidata senza salire a cavalcioni, ma comodamente sedendosi sul sellino con grande vantaggio per la clientela femminile a cui finalmente era dato accesso al mondo delle due ruote. Con un semplice movimento della mano si potevano cambiare le marce dalla leva direttamente sul manubrio, nasce il sistema di trasmissione senza catena , con il cambio in linea. Entrambe le ruote potevano essere smontate semplicemente svitando i bulloni di serraggio. Viene quindi prodotta e commercializzata nel 1946 la Vespa.
    "Da oggi siete possessori di una Lambretta, un motoscooter che Voi STESSI Vi attendevate." Così recita il manuale d' uso e manutenzione della prima Lambretta nata nel 1947. La Innocenti Lambretta presenta le medesime innovazioni ergonomiche, ma si diversifica dalla vespa per il telaio, composto da un unico tubo d'acciaio di grande sezione. A mio parere , Vespa e Lambretta, rappresentano non solo il punto di partenza e di riferimento per le produzioni di tutti gli altri scooter fino ai giorni nostri, ma anche una rivoluzione che rappresenta la libertà di movimento giovanile e femminile senza più gli ostacoli che fino a quel momento erano presenti negli autoveicoli e nei motoveicoli di quell'epoca . Questi due grandi miti segnano il valore del design che sta crescendo e che interpreta il bisogno degli italiani.

    Corradino D'Ascanio, Dall' Elicottero alla Vespa, Produzione archivistica della Soprintendenza Archivistica per l'Abruzzo, 1986
    Susanna Francalanci, Lezioni di design forma e mito,Vespa e Lambretta, Rai Scuola http://www.raiscuola.rai.it/articoli/vespa-e-lambretta-storia-e-mito/7090/default.aspx
    Raffaella Poletti , Manolo De Giorgi, Design, Zanichelli, 2011, pag 78

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    1. parte prima
      problemi con i suoi riferimenti bibliografici:
      1 - Lei scrive:
      Corradino D'Ascanio, Dall' Elicottero alla Vespa, Produzione archivistica della Soprintendenza Archivistica per l'Abruzzo, 1986
      --------------------------
      il primo è un pdf, quindi va indicato il riferimento internet, cioè:
      http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/PIA/5225af74721dc.pdf
      Si tratta di un catalogo della "Mostra Documentaria: Corradino D'Ascanio, Dall' Elicottero alla Vespa", svoltasi in 3 luoghi: Pescara, etc, nel 1986, catalogo a cura della Sovrintendenza Archivistica per l'Abruzzo e il Molise-Pescara, pubblicato a Pescara nel Dicembre del 1977 ed in cui alcuni Autori hanno scritto brani in proposito.
      QUINDI:
      Riportare la parte citata dal catalogo e tra virgolette e seguita dall'
      Autore, Nome e Cognome, eventuale titolo del brano, in: AA.VV., "Corradino D'Ascanio, Dall' Elicottero alla Vespa", Mostra Documentaria 1986, Pescara, Ed. a cura della Sovrintendenza Archivistica per l'Abruzzo e il Molise-Pescara, dicembre 1977, pag...
      http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/PIA/5225af74721

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    2. parte seconda

      invece al suo riferimento internet corrisponde invece alla voce "Vespa e Lambretta" cerca con Google: Vespa e Lambretta. Miti italiani - Rai Arte - Rai.it, http://www.arte.rai.it/articoli/vespa-e-lambretta-miti-italiani/16639/default.aspx , quindi tutt'altro titolo, una data, 30 luglio 2012 e che inizia meglio di ciò che Lei riporta quale suo inizio commento, ossia "Nel 1945 Enrico Piaggio, per riconvertire la sua industria aeronautica di tipo militare, chiede all’ingegnere Corradino D’Ascanio di creare un mezzo di trasporto che potesse ave [...]" e c'è una bella differenza!

      2 - Lei scrive:
      Susanna Francalanci, Lezioni di design forma e mito,Vespa e Lambretta, Rai Scuola http://www.raiscuola.rai.it/articoli/vespa-e-lambretta-storia-e-mito/7090/default.aspx
      va cmq specificato e virgolettato ciò che si riporta e seguito dai riferimenti bibliogr.E non è corretto
      non risulta alcuna Susanna Francalaci
      nè alla voce cerca con Google: Susanna Francalanci, Lezioni di design forma e mito,Vespa e Lambretta, Rai Scuola", né Susanna Francalanci, Lezioni di design forma e mito,
      alla voce "Susanna Francalanci, Lezioni di design" trovo un libro di Susanna Francalanci e Laura Lombardi: "Titoli di coda", Eclissi editrice, 2013
      quindi è evidente che il tutto manca di chiarezza.

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    3. parte terza

      Raffaella Poletti , Manolo De Giorgi, Design, Zanichelli, 2011, pag 78
      manca il luogo dell'edizione, il resto è indicato, ma quale parte è tratta da detto testo?
      invece
      su: I LIBRI - Rai Educational -
      http://www.educational.rai.it/lezionididesign/links/libri.htm
      nella puntata n 13: "MITOLOGIA DELLO SCOOTER: DALLA VESPA ALLA LAMBRETTA E OLTRE" a cura però di altri Autori:
      troviamo il brano di presentazione vedibile anche su: http://www.youtube.com/watch?v=-mYNK1Hmdn0
      "È IL 1945 QUANDO ENRICO PIAGGIO, PER RICONVERTIRE NEL DOPOGUERRA LA SUA INDUSTRIA AERONAUTICA DI TIPO MILITARE, DECIDE DI METTERE IN PRODUZIONE LA VESPA. LO SCOOTER DISEGNATO CON GRANDE SAPIENZA FORMALE DA UN PROGETTISTA-INVENTORE COME CORRADINO D'ASCANIO, FU IL PRIMO A "CARROZZERIA STRUTTURALE”, UN’IDEA TANTO GENIALE DA RESISTERE FINO AI GIORNI NOSTRI. L'ANALOGIA CON LA MOTOCICLETTA È SOLO LONTANA, IN QUESTO MOTOVEICOLO PIÙ MANEGGEVOLE E CONFORTEVOLE QUELLA CHE SPICCA È LA SUA ASSOLUTA FORMA INNOVATIVA. IL MOTORE È COMPLETAMENTE RACCHIUSO, PER EVITARE DI SPORCARE I VESTITI DEL PILOTA E DEL PASSEGGERO, LA POSIZIONE DI GUIDA È LA PIÙ COMODA POSSIBILE, LE RUOTE SONO FACILMENTE SOSTITUIBILI, C’È, INFATTI, LA POSSIBILITÀ DI ALLOGGIARE A BORDO ANCHE QUELLA DI SCORTA, SI PUÒ FINALMENTE SALIRE CON LA MASSIMA FACILITÀ E L’OPERAZIONE DI PARCHEGGIO NON COMPORTA SFORZI.

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    4. parte quarta

      DALLA CONCEZIONE ASTRATTA AL PROTOTIPO IL PASSO FU BREVE. GIÀ NEL 1956 ERANO STATI PRODOTTI 1.000.000 DI ESEMPLARI. IN OLTRE CINQUANT’ANNI SI SONO SUCCEDUTI PIÙ DI CENTO MODELLI CHE HANNO ACCONTENTATO PROFESSIONISTI E STUDENTI, MISS E OPERAI, ESPLORATORI E FAMOSI ATTORI. QUASI IMMEDIATA FU LA RISPOSTA DELLA INNOCENTI, CHE PER LA STRUTTURA DELLA LAMBRETTA, DISEGNATA DALL’INGEGNER CESARE PALLAVICINO, UTILIZZÒ INVECE UNA SPECIALITÀ DELL’AZIENDA MILANESE: IL TUBO D’ACCIAIO DI GRANDE SEZIONE. I DUE STORICI SCOOTER ITALIANI SONO DESTINATI NON SOLO AD ENTRARE NELLA MITOLOGIA DELL’IMMAGINARIO ANNI 50, MA ANCHE A PRODURRE UNA LUNGHISSIMA SERIE DI DISCENDENTI, MANTENENDO VIVA FINO AD OGGI L’IDEA DI AUTENTICA LIBERTÀ DI MOVIMENTO INDIVIDUALE. ".

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    5. parte quinta

      con word, evitando il maiuscolo, diventa:
      "È il 1945 quando Enrico Piaggio, per riconvertire nel dopoguerra la sua industria aeronautica di tipo militare, decide di mettere in produzione la Vespa.
      Lo scooter disegnato con grande sapienza formale da un progettista-inventore come Corradino d'Ascanio, fu il primo a "carrozzeria strutturale”, un’idea tanto geniale da resistere fino ai giorni nostri.
      L'analogia con la motocicletta è solo lontana, in questo motoveicolo più maneggevole e confortevole quella che spicca è la sua assoluta forma innovativa.
      Il motore è completamente racchiuso, per evitare di sporcare i vestiti del pilota e del passeggero, la posizione di guida è la più comoda possibile, le ruote sono facilmente sostituibili, c’è, infatti, la possibilità di alloggiare a bordo anche quella di scorta, si può finalmente salire con la massima facilità e l’operazione di parcheggio non comporta sforzi. Dalla concezione astratta al prototipo il passo fu breve.
      Già nel 1956 erano stati prodotti 1.000.000 di esemplari.
      In oltre cinquant’anni si sono succeduti più di cento modelli che hanno accontentato professionisti e studenti, miss e operai, esploratori e famosi attori.

      Quasi immediata fu la risposta della Innocenti, che per la struttura della Lambretta, disegnata dall’ingegner Cesare Pallavicino, utilizzò invece una specialità dell’azienda milanese: il tubo d’acciaio di grande sezione.
      I due storici scooter italiani sono destinati non solo ad entrare nella mitologia dell’immaginario anni 50, ma anche a produrre una lunghissima serie di discendenti, mantenendo viva fino ad oggi l’idea di autentica libertà di movimento individuale. ".

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    6. totale: meno 2 post
      inoltre meno 2 post per non aver firmato correttamente e non aver indicato il proprio cognome
      109831 Stilo Andrea Luigi
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  11. "La Vespa n°0, nacque nel 1945, come prototipo, che non venne mai effettivamente prodotto. Il suo nome era Paperino, aveva il motore con frizione e
    cambio automatici e trasmissione finale ad albero.
    Fu poi riprogettato e realizzato con motore più convenzionale con cambio a due marce, ma nonostante questo, non trovò
    mai l' approvazione di Enrico Piaggio
    progettato dall' ingegnere Renzo Spolti, ma aprì la strada alla prima Vespa 98 dello stesso anno,
    ma qesta non fu destinata a restare un prototipo, era senza ventola di raffreddamento e venne denominata MP6.
    [...]Nel novembre 1951 comincia l’avventura della Vespa negli Stati Uniti.
    Il 14 novembre l’agenzia di stampa ANSA annuncia l’ accordo tra la Piaggio e la Sears, Roebuck & Co.
    Il protocollo firmato a Genova prevede che il colosso americano della grande distribuzione commercializzi negli USA lo scooter
    che ha rimesso in moto l’Europa del dopoguerra. Il primo lotto di mille Vespa parte nel dicembre 1951.
    Il modello che va alla conquista degli States è la 125cc ribattezzata “Vespa Allstate Crusaire” e
    modificata in alcuni particolari per le richieste del mercato americano: il faro per la prima volta “sale” dal parafango al manubrio. Costa 325,95 dollari.
    [...]E... poi, i Russi ci copiarono la Vespa!
    Fu denominata Viatka e venne prodotta nel 1957, dimostrò che il successo mondiale del nostro prodotto Italiano, ebbe echi anche nella ex Unione Sovietica.
    [...]I cinesi fanno di tutto ormai..
    ma che avessero anche loro "clonato la Vespa", non me lo sarei mai aspettato... al posto di Piaggio,è scritto Paijifa, il resto è quasi identico
    La Vespa, ebbe negli anni 50, anche una versione militare con colore mimetico e foro nello scudo, per il trasporto di un piccolo cannone![...]"

    "[...]Nacque così un veicolo diverso dal solito, molto più robusto e maneggevole di quelli in commercio,
    che richiedeva poca manutenzione e poco carburante. Le principali novità furono la scocca portante,
    le ruote a sbalzo, il motore laterale con trasmissione diretta dal cambio alla ruota.
    Il cambio manuale risultava contemporaneo all'uso della frizione,
    per non togliere le mani dal manubrio, il raggio di sterzo era molto ampio, il motore era distante dal guidatore per non sporcarne i vestiti,
    e non c'era la catena di trasmissione da oliare e regolare. E se all'inizio la Vespa non ottenne subito grande successo nelle vendite,
    poiché poco apprezzata dai motociclisti, sicuramente per le ruote troppo piccole e la velocità scarsa (60 km/h),
    pian piano però iniziò invece ad attirare l'attenzione degli automobilisti, che ne apprezzavano la facilità nella guida.[...]"
    La Vespa è un simbolo della società che sta cambiando,uno strumento di libertà per una società uscita da poco dalla devastazione della guerra mondiale.
    La Vespa diventò un vero prodotto di massa.

    da: Gianluca Mari,"Lo sapevate che...", www.vespaforever.net
    da: redazione Il Giornale 01/11/2005, "Aveva ruote piccole ed era lenta ma poi la «Vespa» guidò il boom".

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    1. Lei ha già pubblicato un commento, ed io l'ho corretto e valutato.
      meno 1 post per averne pubblicato un secondo
      meno 1 post per non aver specificato i riferimenti bibliografici singolarmente, ma tutti insieme in fondo.
      totale meno 2 post
      stia ferma ora, ho altri allievi da seguire.... avrà altre occasioni per riflettere bene ed agire.

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  12. "Il progetto della Vespa nasce partendo dall'uomo, e dall'idea di farlo sedere comodamente. Ho messo un parafango, che dal sedile copre la ruota. Ho disposto uno sterzo in corrispondenza della ruota anteriore. Automaticamente la forma nasce."

    Oltre alle innovazioni già citate dai colleghi, ovvero la scocca autoportante, il cambio al volante e le ruote montate a sbalzo, considero fondamentali le modifiche introdotte proprio nel 1963, col chiaro obiettivo di puntare ad un target giovanile.
    In quell'anno infatti si cominciarono a produrre modelli con motorizzazione di 50cc, guidabili a 14 anni senza necessità di targa e patente. Inoltre, fino ad allora, la Vespa era venduta esclusivamente in diverse tonalità di grigio; l'uso delle colorazioni in rosso e bianco rappresentò una vera e propria rivoluzione.

    da: La Storia siamo noi, "Forever Vespa - Storia di un mito italiano" - http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/forever-vespa/656/default.aspx#

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    1. citazione assai breve, forse un proclama, ma spiega poco. Inoltre come fonte lei cita un audio o video... e nonostante la sua frase, sua, presumo, chissà: "In quell'anno infatti si cominciarono a produrre modelli con motorizzazione di 50cc, guidabili a 14 anni senza necessità di targa e patente.." Lei sta parlando del 1963? perché è l'unico anno di cui Lei scrive. Ora se "sì", non stiamo realmente parlando della rivoluzione Vespa, se "no", allora doveva specificare di che anno si sta parlando.
      totale meno 1/2 post

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  13. “ […] La mia prima volta dietro una cattedra risale al 1963, alla Scuola del libro dell’ Umanitaria di Milano, dove rimasi fino al 1967. Mi chiamò Albe Steiner, grafico e intellettuale, oltre che caro amico, dopo aver visto i miei libretti per bambini, come La mela e la farfalla. È una scuola molto speciale, orgogliosa di dare alla Milano moderna del dopoguerra ciò di cui ha bisogno: tecnici preparati a usare i propri strumenti e consapevoli della dignità del proprio lavoro. Non semplici ingranaggi del processo produttivo.”
    Enzo Mari, 25 modi per piantare un chiodo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2011, pag. 105, dalla riga n 20 alla 28.

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  14. [..] Dal 1956 al 1963 l’arte rimane il fulcro della mia attività, nella misura in cui l’ ambito nel quale vengono recepite le mie ricerche è quello delle gallerie, dei critici e degli addetti ai lavori, mentre entro la fine del decennio il mio scenario cambierà progressivamente, a favore del design. I modellini sulle ambiguità percettive mi affascinano sempre: dopo i primi in carta e bastoncini in legno, uso fili, lamiera, e vario i materiali, in ogni caso economici. Per rendere più lineari i risultati delle mie ricerche, ne organizzo in modo sistematico le fasi: il concetto di programma diventa prima l’ asse finale del mio lavoro. Sto parlando di quel tipo d’indagini che vanno sotto il nome di “ Arte programmata”. “
    Enzo Mari, 25 modi per piantare un chiodo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2011, pag. 41, dalla riga n 9 alla 16.

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  15. "Nel 1963, l'architetto Bruno Morassutti, che aveva visto una delle mie 'Strutture' cellulari di Arte Programmata, mi aveva coinvolto nel progetto di un edificio, col quale avevamo vinto il concorso Domus/INARCH."

    Enzo MARI, 25 modi per piantare un chiodo, ediz. Mondadori, Milano, marzo 2011, 1° ediz., pag. 136, dalla riga n. 20 alla n. 23

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  16. “La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia o cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra.” (Mao Tse-Tung Da Citazioni dalle opere del Presidente Mao-Tse-Tung (meglio nota come Libretto rosso), pp. 12-13; citato in Saverio Di Bella, Caino Barocco. Messina e la Spagna 1672-1678, p. 56.)
    Mao Tse-tung fu portavoce del Partito Comunista Cinese dal 1943 fino alla sua morte avvenuta nel 1976. A lui si devono la creazione di una nazione cinese libera da dominazione straniere , una serie di conflitti di cui la Cina fu protagonista, l’uso di repressione e dei lavori forzati e la Rivoluzione Culturale. Tutti questi eventi contribuirono a far entrare la Cina nel periodo del gran balzo in avanti che aveva lo scopo di proiettare in avanti nella modernità a scapito di numerosi morti in tutto il paese. Mao divenne ben presto un grande sostenitore delle idee comuniste che però adattò alla realtà contadina cinese fondando il maoismo. Solo il 1 ottobre 1949 Mao proclama la nascita della Repubblica Popolare Cinese dopo un periodo di lotte tra il partito nazionalista e quello, appunto, di Mao. Tra i più importanti “lanci” realizzati dal “Grande Timoniere” così come viene chiamato dai suoi sostenitori, troviamo la rivoluzione culturale, lanciata nel 1966 come reazione all’essere spodestato da alcuni dei suoi fedeli dalla guida dello stato cinese. La Rivoluzione culturale era fondata sulla mobilitazione dei giovani, universitari e non, che non fossero iscritti al partito, contro le strutture dello stesso PCC. In caso di resistenza da parte delle strutture del PCC contro i giovani rivoluzionari - generalmente chiamati "Guardie Rosse" anche se in effetti erano tantissimi gruppi autonomi con molti diversi nomi in lotta spesso anche fra loro, dato che il PCC aveva fondato sue proprie organizzazioni similari ma antagoniste - si ricorreva allo scontro fisico, talora anche armato. Il periodo di caos che ne seguì si interruppe nel 1969. Se da una parte si denunciò comportamenti negativi come cattiva gestione, corruzione, atteggiamenti oppressivi e repressivi contro le masse, dall'altra i comportamenti sbagliati (di natura diversa) vennero confusi e si passò spesso a metodi di risoluzione inadeguati, tali da sfociare in umiliazione e violenza. Oltre alle perdite umane (si stimano dai 500.000 ai 700.000 morti), ingenti danni furono arrecati alla cultura (persecuzione di insegnanti, scrittori, artisti, intellettuali) e numerose furono anche le epurazioni, che provocarono un ricambio politico fra il 50 e il 70% a seconda dei diversi contesti. Non molto rilevanti furono invece i danni economici, dato che lo sviluppo riprende il proprio cammino già dal 1969. La rivoluzione culturale maoista in fin dei conti fu per la Cina un clamoroso disastro dal punto di vista culturale e umano, solo l’economia, come già sopra riportato non ne risentì, anzi riuscì persino a progredire.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Mao_Tse-tung
    http://it.wikipedia.org/wiki/Grande_rivoluzione_culturale
    http://it.wikiquote.org/wiki/Mao_Tse-tung

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    1. parte prima

      molte, troppe inesattezze:
      Lei scrive un commento... in cui solo la citazione iniziale non è sua, vero?
      Il resto l'ha scritto lei?
      La citazione iniziale è stra-famosa! E giusta nel contesto del suo brano.
      prima domanda pp. 12-13 di cosa? Il libretto rosso è stato pubblicato, vero? o solo Di Bella nel 2005?
      e di Saverio Di Bella, qual'è il titolo?
      quale l'Editore?
      l'anno?
      il luogo?
      ecco come avrebbe dovuto scrivere:

      Saverio Di Bella, "Caino Barocco. Messina e la Spagna 1672-1678", Pellegrini Editore, Cosenza, 2005, p. 56.

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    2. parte seconda



      Citare un testo che riporta una frase di Mao e tra l'altro non presa da detto libro da ma da una fonte internet è ridicolo! Il testo di Di Bella è del 2005, sta a vedere che è l'unico, da allora, a riportare la frase di Mao!
      non ha senso! la citazione è di Mao. punto e basta. è una frase talmente celebre che si può fare a meno di citare la fonte, della fonte, della fonte, della traduzione.

      Inoltre Lei l'ha tratta da uno + uno indirizzi internet trascritti in fondo (poiché i 2 si equivalgono, ergo sono il medesimo) e che invece mischia in fondo ad un terzo che andava citato con:
      cfr: Grande rivoluzione culturale - Wikipedia. .

      ma riprendiamo dall'inizio, ecco la citazione corretta:

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    3. parte terza

      "... In secondo luogo, la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è un'opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un'insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra..." (Mao Tse-Tung, "Il Problema degli "Eccessi"" in "Rapporto d'inchiesta sul movimento contdino nello Hunan", marzo 1927, in "Opere scelte", Casa Editrice del Popolo, Pechino, luglio 1952, vol. I, pag. 23.

      oppure:

      “La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è un'opera letteraria, non è un disegno o un ricamo; non si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un'insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra. "Rapporto dell'inchiesta sul movimento contadino nello Hunan", (Marzo 1927), Opere scelte, vol. I. (Lin Piao, a cura di, "Citazioni dalle opere del Presidente Mao-Tse-Tung" (Libretto rosso), Casa Editrice di Lingue Estere, Repubblica popolare cinese, Pechino, 1967, pp. 12-13.

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    4. parte quarta
      oppure:
      "... la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. la rivoluzione è un atto di violenza, è l'azione implacabile di una classe che abbatte il potere di un'altra classe. "A proposito di un'inchiesta sul movimento contadino dello Hunan" (marzo 1927), "Opere scelte di Mao Tse-tung", vol I. ("Citazioni dalle opere del Presidente Mao-Tse-Tung/ Il libro delle guardie rosse, ed. Feltrinelli, Milano, febbraio 1967, pag. 13.

      non avrei preteso tanto, ma semplicemente citare la reale fonte del suo commento, ho colto l'occasione per mostrare anche le "varianti".

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